10/05/2011 - Fiera del Libro di Torino 2011

Edizioni il Grappolo SAS


 Edizioni il Grappolo
è presente alla Fiera di Torino 2011
con i suoi libri di poesia, narrativa e saggistica
dal 12 al 16 maggio 2011 nello stand della Regione Campania
che è collocato nel Padiglione Oval con le seguenti coordinate: W46 X45.
A questa edizione la casa editrice partecipa con l'esposizione di alcuni tra i più
significativi volumi della collana "Radici", testimonianze letterarie italiane all'estero.
 
Inoltre domenica 15 maggio 2011, alle ore 10,30 nello stand della Regione Campania si svolgerà la cerimonia di premiazione del
giunto alla stesa edizione. La Giuria composta da Antonio Corbisiero, Francesco D'Episcopo, Giacomo Giannone e Giusepe Lupo
ha premiato per la sezione opere edite Giulia M. Barbarulo e per la raccolta inedita Valerio Mello.
Ulteriori notizie sul sito di Edizioni Il Grappolo Sas
www.ilgrappolo.it 







18/04/2011 - IL POETA LEONARDO ZANIER INTERVISTATO DA IL CORRIERE DEGLI ITALIANI DI ZURIGO.

RACCONTARE...
 
LA COMPLESSA REALTÀ DELLA MIGRAZIONE. Dialogando insieme al poeta Leonardo Zanier Uomini, donne e pure bambini che lasciano il proprio paese in cerca di migliori condizioni di vita. Una storia incessante documentata ancora nelle ultime ore dai massicci sbarchi di profughi a Lampedusa. Si fugge dalla guerra, dalla miseria, dalle persecuzioni. L’aspirazione è sempre quella di un’esistenza futura più dignitosa. “domani…/non è una parola/domani/è la speranza/non abbiamo che lei/ usiamola/ facciamola diventare/ mani/ occhi e rabbia/ e vinceremo la paura”. Sono i versi della raccolta “Libers… di scugnî lâ/Liberi… di dover partire” che Leonardo Zanier, poeta migrante, pubblicò in friulano e italiano nel 1964, e che mantengono la loro validità anche nel presente. Emigrato dalla Carnia, regione alpina del Friuli dove è nato, Zanier approda in Svizzera. Alla fine degli anni Sessanta diviene presidente delle Colonie libere italiane in Svizzera. Successivamente fonda e dirige l’Ecap, Ente per la formazione, la riqualificazione professionale e la ricerca costituito dalla Cgil, diventandone nel 1975 segretario nazionale a Roma. Zanier è un poeta, ma anche un militante politico e sindacale che ha dedicato la sua vita alla formazione dei migranti di cui conosce a fondo le problematiche. Nel 2010 è uscito “Allora vi diciamo alla Nazione” (Edizioni Il Grappolo). Un libro composito di prose e liriche scritte in epoche diverse, e imperniato sul fenomeno delle migrazioni che l’autore analizza e racconta da molteplici prospettive. Una sorta di diario intimo che ripercorre la vicenda privata e pubblica dell’uomo e del poeta. Qualche tempo fa il libro è stato presentato alla Casa d’Italia a cura dell’Istituto Italiano di Cultura di Zurigo e in collaborazione con il Fogolar Furlan Udinese Club Zurigo che ha offerto una degustazione di prodotti tipici. Sulla copertina di “Allora vi diciamo alla nazione” spicca una fotografia in bianco e nero che ritrae barche ammassate e sconquassate a Lampedusa nel 2008. Ne è autore Antonio Murgeri, nato a Napoli e da anni residente a Zurigo, che alla serata ha esposto alcuni suoi scatti a testimonianza della dura realtà dei migranti che nel suo libro Leonardo Zanier paragona a degli Ulisse: “Quanti Ulisse ci saranno e ci sono stati nel mondo? Nei secoli? E ci saranno ancora e sempre? Che anche loro si spostano: Terra! Terra! Per tornare, per fuggire, per vivere”. Quali sono state le ragioni per scrivere “Allora vi diciamo alla Nazione”? Le edizioni “Il Grappolo” di Salerno, specializzate in tematiche legate all’emigrazione, mi hanno contattato su suggerimento del giornalista Maurizio Chierici, chiedendomi di scrivere un libro sull’argomento. In realtà lo avevo già in mente e questa richiesta mi ha spronato a metterci mano. È un libro che nasce da testi preesistenti, salvo due inediti, scritti sull’arco di un lungo periodo e che ho selezionato per tracciare la mia esperienza di emigrante e la mia storia professionale. Una sorta di biografia suddivisa in tappe che raccontano da dove vengo, dove sono arrivato, che cosa ho fatto e con chi. Qual è il filo conduttore del libro? Direi che è la mia stessa vita, il contenitore sono io. D’altro canto le mie esperienze riflettono quelle vissute da tanti altri emigrati. Il mio arrivo in Svizzera nel 1956 è contrassegnato da un’esagerata ispezione da parte dei doganieri nel selezionare le persone che sarebbero potute entrare in Svizzera. Capii che non si trattava di volontà vessatoria, pur essendo un chiaro messaggio volto a comunicarci che, passata la frontiera, le regole in gioco erano altre, altre le condizioni di vita nelle quali ci sarebbe toccato vivere. Una situazione che in realtà ho rifiutato da subito. Mi avevano infatti messo in una baracca che ho però abbandonato immediatamente andando in albergo. In seguito mi sono presentato in ufficio per chiedere una stanza in un hotel o un appartamento, chiarendo che non sarei più tornato in quella baracca. Stranamente la mia richiesta venne accolta e il mio contratto di stagionale durò soltanto mezz’ora. Se non avessi contrastato le loro regole, probabilmente me ne sarei stato lì a bere birra e a giocare a briscola insieme agli altri. Qual è il significato del titolo?   È un titolo che ho trovato già bell’e fatto. Nella prefazione che scrissi una ventina di anni fa per un libro della Colonia Libera di Basilea in occasione di un concorso poetico, mi ero soffermato su una serata di poesia a braccio che si era svolta vicino a Roma e nella quale i poeti, contadini, reagiscono a un tema assegnato loro decantando versi che vengono improvvisati sulla base del loro patrimonio di frasi e di rime che è una macchina mentale ben arredata. Quella volta il tema era l’emigrazione e il poeta di turno disse “Allora vi diciamo alla Nazione”. È una frase che mi rimase impressa perché era un chiaro appello volto a sottolineare che uno Stato i figli suoi li conserva e non li manda in giro per il  mondo a sprecarsi. Una sorta di monito che continua ad avere una sua validità. Fra i numerosi episodi raccontati nel libro, una particolare attenzione viene prestata al suo incontro-intervista con la scrittrice di origine ungherese Agota Kristof che da anni vive a Neuchâtel e pubblica in francese. Qual è stata l’importanza di incontrarla? Si è trattato di un incontro sollecitato, nel senso che a Udine si doveva tenere un convegno sulle intersezioni linguistiche, tra i cui argomenti figurava quello relativo agli scrittori emigrati e alla loro scelta di scrivere nella lingua del paese ospite. Tra i personaggi più significativi che hanno compiuto questo percorso spicca Agota Kristof. Prima di incontrarla ho letto tutto ciò che ha scritto per capire come sia arrivata al suo bilinguismo perfetto. Il francese delle sue opere denota una competenza notevole e una straordinaria raffinatezza.   Nell’intervista Agota Kristof sostiene che scrivere la verità costa perché è quasi intollerabile e di conseguenza è meglio correggerla. Vale lo stesso principio per Leonardo Zanier quando scrive? Anzitutto mi soffermerei sulla spiegazione fornita da Agota Kristof perché dipende dalle amare vicissitudini della sua vita che mi ha raccontato credo senza censure. Il suo vissuto è stato veramente duro ed è perciò probabile che il correggere la sua vita scrivendone sia dovuto al volerla rendere meno drammatica di quanto sia stata in realtà. In uno dei due filmati realizzati su di lei vi è anche una ripresa in Ungheria nel luogo in cui nel 1956 attraversava la frontiera. In quel momento commenta che non avrebbe mai dovuto farlo. Non si tratta di un aggiustamento della realtà, ma è definire la sua vita come un errore quasi originale che condizionerà il resto della sua esistenza e attorno al quale si riorganizzerà. Per quanto riguarda il principio che guida la mia scrittura, in generale scrivo quella che secondo me è la realtà, senza correggerla, anche quando risulta dura, benché un minimo di ritegno ci sia sempre. Quando scrivo cerco di capire come mai una certa situazione è successa o mi è successa, quali sono state le mie reazioni e in che senso l’ho introiettata facendola diventare parte della mia storia. A fondare la sua biografia vi è anche la componente linguistica. Qual è la lingua che esprime al meglio la sua esperienza? Nel corso del tempo ho mantenuto un rapporto molto stretto con la mia regione e la mia lingua d’origine, perché l’italiano, in fondo, è una lingua imparata sui banchi di scuola. Fino all’età di sei anni avevo infatti una vaga idea della sua esistenza, mentre sapevo che c’era una lingua tedesca e una slava. Quando ho iniziato a scrivere, ho scritto in friulano, e ancora oggi è la lingua nella quale trasformo i miei pensieri e le mie esperienze. Scrivere in friulano mi ha permesso di continuare ad avere relazioni forti con le case editrici, i giornali, le organizzazioni culturali e politiche della mia terra d’origine. Ho perciò vissuto la mia vita in Svizzera sintonizzato contemporaneamente con il Friuli. Avere amici qui e là significa avere amici portatori di intererssi diversi. Infatti, quando torno in Friuli, mi accorgo di essere diventato un’altra persona perché la mia avventura di vita mi ha trasformato. Il suo primo libro di poesia, in friulano e da lei tradotto in italiano, si intitola “Libers…di scugnî lâ” (“Liberi…di dover partire”, 1964). I versi che lo costituiscono hanno il dono dell’immediatezza, ma un’analisi più attenta rivela la grande elaborazione anche formale. Oltre a questo direi che le mie poesie hanno anche sempre almeno una doppia lettura. Cito l’esempio chiarificatore di “Lo stesso si nasce”: “da noi/non c’è lavoro/ma la gente/nasce/lo stesso/così si cresce/come capretti/in libertà/tra le sottane/delle madri/e gli aghi/degli abeti/e quando/ si capisce/bisogna andare”. Una prima lettura racconta di una persona che, giunta in età produttiva, deve lasciare il proprio paese visto che non c’è lavoro. Tuttavia, un’altra possibile lettura si innesta su un discorso che non è legato all’emigrazione ma alla condizione umana: l’emigrazione come destino universale e l’attraversamento della vita non rigurada quindi soltanto quello dei confini. Qual è il contributo dato dai suoi versi al mondo dell’emigrazione? Sarebbe una domanda da rivolgere a qualcun altro. Posso comunque dire che i miei versi hanno avuto un impatto forte soprattutto in Friuli, perché uscivano in un momento in cui vigeva una prospettiva elegiaca sul mondo dell’emigrazione. Il mio libro, invece, è una rivolta contro i toni retorici con cui veniva narrata l’emigrazione. Tutti i luoghi comuni raccontatati agli emigrati durante le cene di Natale ad esempio rivelavano il loro lato ridicolo, erano ormai impronunciabili. Probabilmente molti mi saranno grati perché i miei versi hanno tolto tutta quella melassa attorno all’esperienza dell’emigrazione. Lei differenzia il suo impegno come poeta da quello di uomo attivo in campo sociale e politico? Affatto. Lo scrivere e il fare politica piuttosto che il proporre iniziative culturali o educative appartengono al mio modo di vivere, con aperture e proiezioni e mi auguro che siano un valore aggiunto. Tutto ciò che faccio è sempre il prodotto della medesima coscienza, della medesima voglia di comunicare e di aiutare chi fatica a comunicare. Si parlava in precedenza delle mie poesie. Tavolta mi accorgevo che i miei versi risultavano difficili perché agli emigrati mancavano gli strumenti per leggere, soprattutto per leggere ciò che c’è dentro le parole, non soltanto le parole in sé. Uno dei grandi sforzi di chi come me ha lavorato in questa direzione è stato quello di alfabetizzare nel modo più ricco possibile il mondo dell’emigrazione affinché il linguaggio diventasse uno strumento fondamentale per la comunicazione e la lettura non soltanto di libri ma anche della realtà nella quale vivevano gli emigrati. Come vive, alla luce della sua lunga esperienza di emigrante, il ritorno di fantasmi xenofobi che si riaffacciano sullo scenario sia svizzero che europeo? L’aspetto che mi pare più preoccupante rispetto a quanto accadeva negli anni ’70 riguarda le risorse che hanno gli attuali movimenti xenofobi o che attingono alla xenofobia per accaparrarsi voti. L’impressione è che a finanziare questi movimenti sia, se non direttamente l’industria, qualcuno che appartiene a quel mondo. Significa allora che si è deciso di irrigidire i processi di accoglienza e di integrazione che tutto sommato in Svizzera hanno funzionato perché c’è sempre stato uno spartiacque fra posizioni rigide e posizioni aperte all’integrazione e a un rapporto di comprensione nei confronti di chi entrava pur avendo altre idee, altre esperienze. L’attuale situazione sembra dunque dare segnali più pericolosi rispetto agli anni ’70, basti vedere la virulenza di certe campagne come quella sulle moschee. A monte di questa situazione vi è probabilmente l’idea che quella impostazione produca effetti politici interessanti che vengono sfruttati fino in fondo, con un’opposizione anche dei liberali che risulta un po’ vaga. Se un Bignasca tuona con convinzione e arroganza che in Ticino non c’è posto per i nomadi senza che vi siano grandi reazioni, significa accettare queste pericolose prese di posizione. Per la copertina del suo libro ha scelto una fotografia di Antonio Murgeri che immortala barche sconquassate a Lampedusa sulle quali hanno viaggiato i nuovi migranti dall’Africa. Gli scatti sono stati esposti di recente in una mostra-istallazione dal titolo “Lontani dagli occhi, lontani dal cuore”. Un titolo critico che sottolinea il comportamento di non poche persone nei confronti della nuova ondata migratoria. Qual è la sua opinione in merito? In Italia non c’è soltanto la rimozione del fatto che è stata per tanto tempo un paese a emigrazione di massa, ma vi è anche un sentimento di contrapposizione nei riguardi dei nuovi emigrati condensato in frasi come “Ma noi andavamo a lavorare”. Si tratta di giudizi che ignorano un dato fondamentale: anche questi nuovi migranti sono approdati in Italia con una minima speranza di trovare un lavoro. D’altro canto sembra quasi che la parte delinquenziale dell’emigrazione non avesse mai riguardato l’Italia che, è noto, ha esportato mafia ovunque; oppure la dimensione relativa alla clandestinità, come se gli italiani fossero sempre emigrati regolarmente con il contratto di lavoro in tasca mentre è documentatissimo che l’emigrazione clandestina verso la Francia o il Belgio era consistente. Nell’Italia contemporanea ci sono personaggi che sul discorso della sicurezza hanno costruito fortune politiche: un Paese che vince politicamente sulla differenza e sull’astio verso il diverso rischia di diventare un paesaccio, inabitabile e pericoloso. Io credo che saper comunicare con gli altri non sia soltanto un bisogno, ma anche un vero arricchimento. Chi odia l’altro, il diverso, non realizza che in realtà non soltanto non vive meglio, ma si danneggia con le proprie mani, rendendo la propria vita una autentica miseria.   Come spiegare questi atteggiamenti di contrapposizione verso i nuovi arrivati soprattutto da parte di chi ha vissuto la stessa esperienza sulla propria pelle? A onor del vero conosco in Italia molti insegnanti e operatori sociali che lavorano con tenacia proprio nell’aiutare i nuovi arrivati a inserirsi, insegnando loro la lingua e a leggere la realtà esterna. Il problema è che questo tipo di lavoro non viene valorizzato dalle istituzioni, anzi, viene completamente ignorato e quindi non fa notizia perché nessuno ne parla. Uno stupro, invece, soprattutto se commesso da un clandestino, diventa la notizia di apertura dei telegiornali che, ripetuta all’eccesso, crea un clima di paura che ci sarebbe comunque visto che di fronte al diverso qualche timore sussiste sempre, ma di certo non sarebbe tanto esasperato da portare all’idea di cacciare i nuovi arrivati, di non accoglierli, di essere loro ostili. Propagandare questo tipo di clima porta al consenso, ma si tratta di un consenso clamorosamente pericoloso. Che cosa accade a un emigrante nel paese ospite allorché deve ricreare una sua identità?   Anzitutto, identità è una parola pericolosa: chi ha un’identità forte è di solito aggressivo perché considera gli altri inferiori. In secondo luogo identità è una parola vaga, poiché ognuno, indipendentemente dalle esperienze che fa, continua ad avere una ricostruzione, un’evoluzione, un’organizzazione della sua vita e della sua coscienza attorno a quella che è la sua biografia. Sostituirei allora la parola ‘identità’ con il termine ‘biografia’. Detto questo, le biografie accadono, non vi è uno sforzo per crearle, anche se vanno considerati diversi fattori quali i filtri, la valutazione delle proprie esperienze, l’essere ottimisti o pessimisti e via discorrendo. Se guardo alla Svizzera di oggi, vedo un paese profondamente cambiato negli ultimi 30 anni. Un paese che è stato indubbiamente arricchito dalle ondate di migranti. Basti pensare ai prodotti di provenienza italiana che si trovano oggi in tutti i negozi ma che ai miei tempi nemmeno mi sognavo. In tal senso la Svizzera è diventata la somma di tante biografie diverse che hanno prodotto anche un modo di vivere diverso. Lei è stato per tanti anni presidente dell’ECAP, la Fondazione che si occupa di formazione degli adulti. Come è cambiata nel corso del tempo? L’origine dell’ECAP è una sorta di auto-organizzazione appoggiata ai sindacati per professionalizzare e alfabetizzare l’emigrazione italiana. Tra gli anni ’60 e ‘80 abbiamo cercato di dare competenze sia linguistiche che professionali ai nuovi emigrati italiani: un lavoro di grandi dimensioni e anche di grande successo. In seguito l’emigrazione è cambiata ed è quindi cambiata anche l’ECAP. Durante le guerre balcaniche, quando nella stessa aula sedevano serbi, croati e bosniaci, era difficile e complicato gestire le tensioni che essi si trovavano a indossare quando fino al giorno prima si parlavano, si sposavano o morosavano. Oggi l’ECAP è composta da persone che sono alfabetizzate, pur dovendo insegnare loro un altro alfabeto, e che hanno una volontà di integrazione molto più forte rispetto a quella degli italiani di allora poiché i loro paesi d’origine sono molto più lontani. Gli italiani si sentivano e ancora oggi ve ne sono che si sentono dei pendolari. Un’altra differenza con la prima emigrazione riguarda gli insegnanti. Un tempo erano prevalentemente italiani, mentre oggi, per essere efficaci con il pubblico, bisogna prendere soprattutto insegnanti svizzero-tedeschi. La maggioranza delle attività didattiche viene infatti tenuta in lingua tedesca visto che in un’aula sono presenti 5-6 sei nazionalità diverse. Per essere utile, l’ECAP deve adeguarsi alle continue trasformazioni del contesto in cui si trova ad operare. Luca Bernasconi
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Luca Bernasconi






22/03/2011 - L’8 aprile a Nocera Inferiore si presenta “Sentieri dell’anima”

Presso la libreria Punto Einaudi di Nocera Inferiore l’8 aprile, alle ore 19,00, si presenta il libro di poesie di Angelina Sessa “Sentieri dell’anima”. Intervengono il prof. Antonio Biagio Fiasco, la prof.ssa Vincenzina Arcangelo, il dott. Antonio Corbisiero della casa editrice “Il Grappolo” Sas. Sarà presente l’autrice.




14/04/2011 - PREMIO "RENATA CANEPA" 2011: ECCO I VINCITORI E FINALISTI

La giuria della sesta edizione del
 
Premio nazionale di poesia “Renata Canepa”- Una vita per l’arte composta daAntonio Corbisiero (segretario senza diritto di voto), Francesco D’Episcopo(presidente), Giacomo Giannone (componente), Giuseppe Lupo (componente), ha assegnato il primo premio per l’opera inedita, che consiste nella pubblicazione del testo, a Giulia Maria Barbarulo (L’ANEMONE STELLATO). Sono risultati finalistiMariangela Licordari (COME CENERE VULCANICA) e Giancarlo Trapanese(POESIE).

Il primo premio per l’opera edita (500 Euro) è stato assegnato a Valerio Mello(VERSI INFERI)Finalisti sono risultati Carla Cirillo (LE NUVOLE NON SONO BIANCHE) e  Mina Antonelli (IL SOGNO DEL SUD).  La cerimonia di premiazione, con la consegna dei premi e delle targhe, si svolgerà a Torino durante il prossimo Salone del libro presso il Lingotto, nello stand della Regione Campania (Padiglione Italia delle Regioni n. W46/X45) il 15 maggio 2011 con inizio alle ore 10,30.




21/03/2011 - Il libro di Renato Amato recensito da " La Repubblica "

Nell’edizione campana di sabato 19 marzo 2011 il quotidiano “La Repubblica” ha dedicato una lunga recensione  al libro di Renato Amato IL VIAGGIO COMPLETO DEL CUCULO, con il titolo: “Quei tredici racconti in bilico tra due mondi”. “E’ sorprendente- scrive Piero Antonio Toma- come questi racconti, dal primo all’ultimo, di Renato Amato, morto in Nuova Zelanda a 35 anni, siano il rivernero letterario della sua vita, rischiarato con delicatezza, fantasia e una solitaria, pudica poeticità che talvolta commuove”…Un'altra perla si aggiunge al vasto corpus di articoli dedicati alla collana “Radici” e alla nostra casa editrice.