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Avvenire



1/2/2003
Ma non commettiamo l'errore di «ripulire» troppo la loro lingua

Della letteratura di migrazione, in Germania, si parlava già negli anni Settanta. Io stesso sono stato un autore immigrato, ho pubblicato in tedesco, ma ho sempre continuato ad adoperare la mia lingua. Anzi, le mie lingue: l'italiano, l'arbëresh e il tedesco, appunto. 
Oggi siamo chiamati a salvaguardare questa stessa ricchezza, dedicando attenzione non soltanto agli autori immigrati che sanno o vogliono scrivere in italiano, ma anche a quelli che hanno deciso di conservare il legame con la loro cultura d'origine. Soltanto così, secondo me, la letteratura di migrazione potrà restituirci uno sguardo plurimo e ibrido sulla realtà italiana, illuminando contraddizioni e zone d'ombra che noi stessi, forse, facciamo fatica a decifrare. Lo conferma, tra l'altro, una bella antologia appena pubblicata dalla casa editrice Il Grappolo e intitolata Le parole di sabbia. 
È una grande occasione di dialogo e di confronto, ma non si tratta di un'avventura priva di rischi. Mi limito a indicarne un paio. Anzitutto c'è il pericolo che la letteratura di migrazione venga vista (e praticata) soltanto come fenomeno di denuncia sociale, antropologico, ignorandone le potenzialità più strettamente letterarie, legate all'incrocio e all'ibridazione di modelli letterari e di lingue. E poi c'è il problema degli editori, che troppo spesso tendono a «normalizzare» la lingua degli autori immigrati, cancellando così quell'apparente «sporcizia» di scrittura che è, in realtà, una delle loro caratteristiche più affascinanti e innovative.