News


Stampa



3/7/2004
Stretta la via della Libertà Le memorie dell’italiano Edoardo Corsi

NON c'è nessuno al mondo che non conosca la fanciullona sovrappeso (225 tonnellate), tutta di rame e di acciaio, che dal 1886, senza riposare mai - sulla Bedloe Island, davanti a Manhattan - sorregge la fiaccola della Libertà. Ai piedi della Statua - che rappresenta la "Madre degli Esuli" evocata dalla poetessa Emma Lazarus - sono impressi versi tratti dal suo poema, The New Colossus. Dicono alle navi che giungono: «A me le vostre genti - stanche, povere e disorientate - frementi di nostalgia per la brezza della libertà». Versi che terminano con la Libertà che alza la sua luce vicino alla porta dorata («I lift my lamp beside the golden door»). La "porta dorata" che ha introdotto per decenni le più vaste moltitudini dei migranti negli Stati Uniti è stata, in effetti, la vicina isola di Ellis Island, trasformata dal 1990 in Museo dell'Emigrazione. Qui, attraverso i lunghi corridoi, gli stanzoni, dove gli ispettori esaminavano gli immigrati decidendo quali respingere e quali accettare, sono transitati decine di milioni di aspiranti cittadini statunitensi. Ellis Island, allora, non era affatto "una porta dorata". A darne ulteriore conferma sono le interessantissime memorie All'Ombra della Libertà scritte da Edoardo Corsi che, come capo degli Uffici dell'immigrazione e della naturalizzazione del distretto di New York, ha regnato su Ellis Island in anni cruciali. 
Nominato direttamente dal presidente Hoover nel 1931 questo intelligente funzionario - destinato poi a dirigere l'Assistenza Sociale di New York durante l'amministrazione di Fiorello La Guardia - aveva avuto modo di sperimentare direttamente l'atmosfera di Ellis Island. Nel 1907, ventiquattro anni prima di assumere il delicatissimo incarico affidatogli dalla Casa Bianca, era transitato di lì assieme a tre fratellini, alla mamma, al patrigno: «Cinquemila persone sbarcarono in quel giorno di ottobre. Prendemmo posto nella lunga fila e passammo per la trafila delle risposte alle domande degli interpreti e delle visite mediche». Alla fine, ultimate tutte le selezioni, racconta Corsi, «ci fu consentito di oltrepassare il cancello dell'America». Per molti altri non era stato così agevole. Riportando le testimonianze di vecchi ispettori, che probabilmente furono tra quelli che lo accolsero nel suo approdo in America, Corsi delinea le procedure allora in atto. I funzionari che s'accostano ai piroscafi, salgono a bordo per esaminare i passeggeri di prima e seconda classe che vengono fatti scendere al molo. Gli altri sono condotti a Ellis Island per essere passati al vaglio delle autorità di immigrazione. «I medici - racconta un ispettore - li sottoponevano a visita e quando un caso destava sospetti lo straniero veniva isolato in una gabbia e il bavero della giacca o della camicia segnato con un gesso colorato e il colore indicava perché era stato isolato». Altri ricordi di un vecchio funzionario: «Tre o quattro volte la settimana, dalle nove di mattina alle nove di sera, esaminavamo stranieri di continuo... Ogni ventiquattro ore si presentavano dalle tre alle cinquemila persone e io stesso ne ho esaminate da quattro a cinquecento al giorno. Nelle lunghe attese, di giorni e giorni, la gente sostava nei dormitori collettivi, le donne e i bambini erano stipati in un salone dove non potevano nemmeno muoversi». E il mangiare? «Un impiegato portava un grande secchio pieno di prugne e un altro con pane di segale tagliato a fette». Ulteriori descrizioni del lavoro ispettivo: «Si parlava con i bambini stessi per vedere se qualcuno fosse sordo o muto». Non erano ammessi handicap tra gli emigranti che entravano: «I vecchi, i deformi, i ciechi, i sordomuti e tutti coloro che soffrono di malattie contagiose, aberrazioni mentali e qualsiasi altra infermità sono inesorabilmente esclusi dal suolo americano» rammentavano i vademecum destinati ai nuovi venuti. Dopo le leggi del 1884, che vietano l'ingresso ai lavoratori cinesi e a coloro che sono stati assoldati con contratti stipulati in patria, nel 1917 entra in vigore il test dell'alfabetismo: imporrà mutamenti non da poco nei flussi che giungono dall'Europa. Nel 1924 vengono approvate le quote che contingentano gli ingressi: quasi 7.000 unità - dice Corsi - possono giungere dal Regno Unito, 17.000 dall'Irlanda, 5802 dall'Italia e 2712 dalla Russia. Sul finire degli Anni Venti, poi, scoppia negli Usa la grande crisi economica. Le ripercussioni sui flussi dell'emigrazione si fanno immediati: gli immigrati, dai 241.700 del 1930 diventano 97.000 del '31 e 35.000 nel '32. Contemporaneamente, sempre da Ellis Island, iniziano le espulsioni, i rimpatri forzati. I cacciati a forza dagli Stati Uniti sono 61.882 nel 1931 ma passano a 103.000 l'anno successivo e diventano 127.000 nel 1933. Corsi, assumendo il suo incarico, sa bene quale sia il suo compito: «Per molto tempo i cancelli di entrata (negli Usa) erano stati completamente aperti. Ora, mentre mi accingevo al mio ufficio nel 1931, praticamente tutti - tranne uno - erano trascurabili, ed era mio compito custodire quell'uno. L'avrei aperto... per consentire il passaggio di alcuni che erano stati attentamente selezionati; poi avrei girato la chiave...». E proprio a Corsi spetta provvedere concretamente all'espulsione di immigrati che le autorità americane non vogliono più. Ogni mese un treno, che parte dalla costa del Pacifico, giunge a New York col suo carico di disperati, di reietti, da espellere. E poi ci sono i dissidenti politici, gli anarchici, i senza mezzi e senza lavoro: tutti da allontanare. L'affresco che esce dal libro è drammatico e forte. Purtroppo il testo viene penalizzato da una traduzione spesso non condivisibile, tanto da rendere alcune pagine quasi parodistiche (esempio: unsane, matto, viene tradotto più volte con "insano" e così via). Peccato, perché le memorie di Corsi compongono un pezzo di storia del Novecento che ci appartiene. Un capitolo che si rifrange specularmente - soprattutto per il periodo della "grande depressione economica" descritto da Corsi - a poderosi affreschi narrativi. Quali ad esempio Furore, di John Steinbeck, dove la miseria e la disoccupazione spinge schiere di disgraziati non all'emigrazione ma alla migrazione interna. Riducendoli a fuorilegge dentro il loro stesso Paese. 
LUOGHI COMUNI
Giorgio Boatti (  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. )